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Stazione Porta Nuova. Non sono io ad arrivare questa volta. Un abbraccio lungo, lunghissimo, forte, baci, risate immediate, sigarette divorate dopo la lunga astinenza e via a posare i bagagli!
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Il Castello. Il panorama dalla collina di Moncalieri, che per l’occasione ha cacciato via le nubi e si mette in bella mostra E’ QUI CHE OGNI TANTO TI SIEDI CON LELE LA SERA? Sì non è incantevole?! E mentre le parlo mi rendo conto che è proprio qui, accanto a me, che non mi serve raccontarle cosa vedo, i nostri occhi guardano nella stessa direzione.
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Una cena tra amici. Alla mia destra il Sole, alla mia sinistra Venere. Adesso, oggettivamente, se mi chiedeste cosa avrei potuto desiderare di più, in risposta avreste un semplice NIENTE. Lei che descrive come mi diventano le guance da indiana quando bevo un po’, i nostri aneddoti si sprecano, le risate abbondano. Il resto è alchimia.
Massi è a pezzi, ma non rinuncia a venire a ballare, Cri fino all’ultimo sembra dover andare a casa e poi si lascia convincere, non vuole mancare, Ale con gli occhi semichiusi non prende neanche in considerazione di dare forfait. Lele l’indomani lavora, sa già che farà tardi, ma fa spallucce. Insomma mica è una serata come le altre! Io guardo tutti e mi sento fortunata. Fortunata davvero.
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Murazzi. Otto pazzi che camminano verso il Giancarlo2, le foto si sprecano, fermiamo delle ragazze per farcene fare una e mentre la Tesora si esibisce in una lap dance immaginaria…TRAAAAC!! OH RAGA’ NUN POTETE CAPI’ CH’E’ SUCCESSO!!!!! Indietreggia verso di noi e non capisco Sa che è successo?? Mi prende la mano e la porta direttamente sul suo back, se vogliamo definirlo così…ecco, come dire… i pantaloni squarciati completamente! Panico??? MA VAAAAAA! Forse si torna indietro a cambiarsi??? Seeeeeeeeeee non la conoscete! Ecco prontamente la mia maglia da legarsi in vita e ci si avvia verso l’ingresso. Certo che nel frattempo non si sanno come fermare le risate e come non strozzarsi nello stesso tempo!! Cazzarola hanno deciso di fare i precisi proprio stasera e dobbiamo fare le tessere. Va beh, adesso che ce le abbiamo tutti i venerdì da Giancarlo è ufficiale!!! Dentro c’è il mondo, noi si fa amicizia al bar, la Tesora a dir la verità anche in pista non scherza, e solo chi non l’ha vista può avere dei dubbi!
Adesso secondo voi a quanti capita di appoggiare il cappotto insieme ad altri mille e non trovarlo? Ecco non so a quanti, ma a me sì. In quella bolgia qualcuno deve averlo preso per errore, in fondo era un semplice cappottino nero, eppure mi sale la carogna. Colpa dell’alcool. Mi sale il nervoso, ma insomma deve per forza sempre succedere qualcosa? Sempre? Che fili tutto liscio no? Ma perché? E via con pippe mentali a catena, che mi portano a giorni prima, che mi portano a giorni che devono arrivare.
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Due amiche che si stringono forte, e mentre lo fanno si rendono conto che non è da loro, ma continuano perché ce n’è bisogno. Mi ritrovo con le paure di una bambina HO PAURA LELE HO PAURA Mari per favore, è la cosa giusta, e lo sai, lo hai voluto tu, hai scelto tu, adesso è l’alcool, ma c’è Sabri, goditi Sabri e senza paure. Nel frattempo passa uno MAMMA MIA QUANTO SIETE TENERE… Ok è ora di finirla allora!
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Ritorno in stanza ripenso a quell’abbraccio, guardo la mia Venere mentre dorme, allungo il braccio, le stringo la mano. Non dorme in realtà, sviene completamente, in quella posizione che non mi piace, ogni tanto riesco a fargliela cambiare e zac arieccola che ci si rimette!
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MAMMA, PAPA’, LEI E’ SABRINA. Eccoli nella stessa stanza. Un leggero imbarazzo iniziale, lei che sembra piccola piccola, ma è un attimo che il ghiaccio si rompe e via con le foto del piccolo Giò, papà che va in brodo di giuggiole, io che lo prendo in giro, mamma che ride… Io che faccio come una pallina da ping pong con lo sguardo e la stanchezza mica la sento.
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In giro per il centro, Mamma Sa che mi regala un cappottino nuovo, Cri che compra l’ennesimo paio di stivali, Mamma Sa l’ennesimo cappellino. Tra caffeina, sigarette, poche ore di sonno addosso e dolore ai piedi, non so come non abbiano ancora ammazzato nessuno, ma appena torniamo in camera la Tesora arisviene per 20minuti! Cri invece mi trucca e mi pettina che sembro uscita da un salone di bellezza!
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Cena nel ristorante che è storico per i miei genitori. Andavano a ballare lì da fidanzati, io ci ho passato dei momenti bellissimi solo noi 4 lì dentro, io e mio fratello a giocare e loro in pista a ballare senza fermarsi mai. Adesso siamo lì con loro, papà ha voluto invitare Sabri e Cri, e i miei amici a cena fuori.
Li guardo ridere nel sentire quell’accento, raccontare episodi, andare a fumare insieme. Io rimango al tavolo. Mi piace l’idea che si parlino senza me di mezzo. D’altra parte con tutti i miei racconti mancava giusto la prova visiva, il resto già c’era!
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I miei si dilettano in un tango, e inseguito a gentile richiesta in un rock ‘n roll mamma timida, papà sfrontato e sempre con quel sorriso beffardo, lei che rischia di cadere per gli stivali gli dice qualcosa all’orecchio, lui che le fa le boccacce!
La musica decide di averne per tutti, mette Magari ad inizio cena, e questa volta mi sono dovuta superare per non dover cedere, vogliamo parlare della colonna sonora del Re Leone?? Noi ci guardiamo e ci diciamo co’ l’occhi NO DICO HAI CAPITO COME???
Quando balli tu ti si muove tutto, balla tutto il corpo MI GUARDI CON GLI OCCHI DI MAMMA ti guardo ed è evidente KRETINA!!
E si torna mano nella mano, si arriva in camera che non si ha voglia di dormire, cazzarola è già domenica, cazzarola mancano poche ore. Lo sappiamo io e lei quello che c’è dentro ogni santa volta, e ritardiamo la nanna di qualche ora, si parla, ci si racconta le sensazioni, ci si guarda in silenzio, e si crolla.
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Non sono io a dover rimettere tutto in borsa. Questa volta a rallentare la preparazione è lei. La sensazione non è differente. Come ho scritto a Lele che si parta o si veda partire, su quel treno c’è sentimento vero, non si riesce a lasciarlo andare con facilità.
Allora per strapparci un sorriso si rivedono le foto, ci si ricorda che cavolo abbiamo combinato, i personaggi della sera prima, la musica di sottofondo…
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Stazione Porta Nuova, arriva anche Ale. Lo sapevo, loro si stupiscono, MaLuiE’Ale e si mette lui questa volta il naso rosso per non farci pensare.
Il treno 527 delle ore 13.05 per Salerno è in partenza dal binario 9. Ecco che arrivano. Mi si riempiono gli occhi che neanche me ne accorgo. Le rimando indietro. Saluto Cri. Lei saluta gli altri, poi si gira, mi stringe forte QUANDO CI RIVEDIAMO PICCOLE’? Presto, è una promessa, presto.
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Torino improvvisamente sembra in bianco e nero. So che non lo è, so che i colori ci sono, ma devo riabituarmi all’idea che non ci sono QUEI colori, che lei si porta dietro tutte le volte ovunque vada. E se qualcuno di voi pensa che questo sia un post infinito e che a me manca il dono della sintesi, da una parte sono completamente d’accordo, dall’altra sorrido e non riesco proprio a nascondere quell’aria da MA CHE NE SAPETE VOI CHE COMBINIAMO INSIEME?? QUESTO E’ UN RIASSUNTO ECCOME!
Guardo il calendario…presto…te l’ho promesso!

Non c’è il modo migliore per affondare la lama. Trascorrono i giorni pensando ad un modo, solo uno, che possa infliggere meno dolore, pur sapendo che quel modo non esiste. So che il dolore ci sarà, so che sanguinerà, so che negli occhi di chi subisce vedrò, nonostante tutto, tutto l’amore del mondo. E racchiuderlo in uno sguardo non è cosa semplice.
E così d’un tratto affondo. Il corpo mi tradisce, tremo, cazzo non dovrei essere io a tremare e cerco di rimediare dando la scusa alla posizione delle gambe, mentre un sorriso esce da quel viso. E’ il sorriso di chi non mi potrà mai odiare, adesso lo so. E’ il sorriso di chi mi dice in silenzio di non sforzarmi a trattenermi, in fondo siamo Noi, e come al solito ha ragione.
Sapeva che sarebbe andata così e nonostante tutto ad accogliermi ho trovato dei regali.
Alzo gli occhi al cielo, mi chiede CAMBIAMO PROGRAMMA? E io come faccio a dirgli che quegli occhi al cielo sono per ringraziare nonostante tutto??
Come sempre iniziamo a parlare del tempo e finiamo con discorsi assurdi che ci fanno scoppiare a ridere come matti per poi guardarci intensamente. Non ci siamo fatti mancare nulla. Gli occhi erano sempre sul non andare vai non restare stai non parlare parlami di te… Ma non poteva essere altrimenti.
SEI VITA Cosa? Scusa non ho capito c'era rumore SEI VITA MARI, SEI VITA TU lì, in mezzo alla strada, tra un vicolo e un passaggio pedonale, grande respiro, più grande che non si può piangere con una giornata di sole così.
Sono nuovamente distorti i concetti spazio tempo. Sembra ieri che ci siamo salutati e siamo di nuovo occhi negli occhi, sembrano passati dieci minuti da quando sono scesa dal treno e sono di nuovo in stazione per partire. Il resto è in mezzo. In quelle sei ore che potrebbero riempire una vita intera abbiamo riso, pianto, abbiamo raccolto le lacrime a modo nostro, abbiamo cantato, mangiato, messo il bracciolo, tolto il bracciolo, maledetta vite che non si svitava, fatto i “traslochi”, ci siamo stretti, allontanati per poi ricatapultarci addosso, abbiamo trovato l’ennesima capanna, abbiamo fatto parlare i cuori, e ogni parte del nostro corpo.
E pensavo dondolato da un vagone, cara amica il tempo prende il tempo da.. Questa mi canto mentre il treno mi allontana ancora una volta da te e penso al nostro saluto.
Penso ad un Ciao che per molti è un rivedersi presto, per altri un semplice modo per accomiatarsi. Per noi era tutto quello che non ci potevamo dire, visto la presenza di altri, era un Ciao così carico che in quel taxi avevo paura mi si sentisse il cuore battere come un tamburo impazzito.
Non ho idea quel che sarà da oggi. Siamo Noi, è così difficile prevedere le nostre decisioni, è così difficile mantenerle nel tempo senza trovare nuove strade, nuovi equilibri, senza provare ancora e ancora e ancora..
Forever always seems to be around when things begin but forever nevere seems to be around when things end… E invece no, questa volta no, eccome se vale, solo con te.
Non starò qua a dirvi che è facile, non voglio mentire, lo dovevo a me stessa quel PLAY, dovevo a te la mia sincerità, a te che hai la parte migliore di me e so non la butterai via, nonostante chi proverà sempre a dire la sua a sporcare a infangare quanto ti più prezioso ci ha regalato la vita, so che il Leone che è in te lo proteggerà, e io farò lo stesso. Per quel filo invisibile che ci unisce da anni, sai bene che sulla porta di ingresso di quella suite c'è il tuo nome, ed è marchiato col fuoco.

Ci sono mattine in cui la nebbia ti sembra l’unica soluzione al tuo stato d’animo.
La pioggia sarebbe di troppo, mica sono triste, il sole decisamente fuori luogo, è comunque lunedì mi ci vuole per carburare.
Il cielo sembra bianco, che qui quando arriva, arriva tosta, mica si parla di foschia, è nebbia seria.
Di quella che non ti fa vedere il palazzo di fronte dal tuo balcone. Del tipo che se hai la macchina grigio metallizzata e non ti ricordi dove l’hai parcheggiata (mi capita ogni santa mattina) puoi tranquillamente incrociare le gambe e aspettare che si alzi un po’, perché non la troverai mai!
In questa nebbia stamattina mi sono persa un po’. Ho immaginato di lasciarmi risucchiare e mimetizzandomi per bene poter prendere una strada diversa per ritrovarmi a casa comunque.
La riconosco questa inquietudine, riconosco la pelle di tamburo sullo stomaco, il guardare sempre l’ora, l’immaginarmi come sarà e la sensazione di saperlo perfettamente.
Decidono di aiutarmi con una colonna sonora che mi sembra adatta, aiuta a rendere ancora più ovattata la giornata. Un evergreen che io definirei in questo caso un everstill, e Lele mi perdonerà se mi sono permessa di osare tanto con ciò che è materia assolutamente sua!
Ve la lascio, è un mio piccolo dono per questo inizio settimana, perché essere amati esattamente per quello che si è, con tutte le imperfezioni che ci caratterizzano, con tutti i SE e i MA che il mondo ci mette addosso, è un regalo che non ha scadenza, è un regalo che rimane a prescindere dal sentimento e ti segna irrimediabilmente.
E poi capita di essere Amati per tutto quello che NON si è, ne mai potremmo essere, ma è una sensazione che non sono in grado di raccontare, non oggi, vi auguro di viverla però, ne vale la pena.
I love you just the way you are
Don't go changing, to try and please me
You never let me down before
Don't imagine you're too familiar
And I don't see you anymore
I wouldn't leave you in times of trouble
We never could have come this far
I took the good times, I'll take the bad times
I'll take you just the way you are
Don't go trying some new fashion
Don't change the color of your hair
You always have my unspoken passion
Although I might not seem to care
I don't want clever conversation
I never want to work that hard
I just want someone that I can talk to
I want you just the way you are.
I need to know that you will always be
The same old someone that I knew
What will it take till you believe in me
The way that I believe in you.
I said I love you and that's forever
And this I promise from the heart
I could not love you any better
I love you just the way you are.

Siamo qui già le quattro e siamo qui, finestrini socchiusi su strade indifese dai nostri pesanti HP..
Quanto mi piace fare tardi la notte, non andrei mai a dormire, se il fisico me lo permettesse.
Troppi anni ad un ritmo sfrenato si fanno sentire e così adesso devo centellinare le serate in cui tiro fino al mattino, ma quando capita me le godo fino in fondo.
Non è un obbligo, è che la giornata per me inizia quando la maggior parte delle persone sono sotto le coperte. E’ come se potessi vedere la vita da un’altra angolazione.
Mi piace la sensazione che mi lascia addosso la notte, e più di tutto amo e ritorni a casa in macchina. Le confessioni in macchina prima di andare a dormire, che sono poche le persone a cui piace davvero. La maggior parte sbadiglia, guarda l’ora o magari appena arrivati ti liquidano con un Buonanotte per andare svelti sotto le coperte. Io no. Io starei li a chiacchierare per ore, che i pensieri più profondi sembra mi vengano proprio in quei tragitti verso casa.
Quante chiacchiere dentro Cristine, e fazzoletti prestati TRANQUILLO TE LO LAVO E TE LO RIDO’ Mariuccia tienilo e non preoccuparti NO NO CHE PORTA LACRIME più di quelle che ci hai versato stasera? Ci riesce sempre a strapparmi un sorriso.
Le litigate dentro quella fiesta grigio canna di fucile (per me era nera ma va beh). cerchi in lega, stereo alla moda, lucida da fare schifo e all’interno neanche una briciola. Litigate che adesso sono oggetto di ilarità generale, ma che ai tempi ferirono non poco.
I baci e le carezze in quella punto bluette tanto voluta per poter avere un po’ di libertà. Le promesse, i viaggi, i concerti. Quella notte. La ricordo quella notte come se fosse ieri. Il silenzio che rimbombava, io che avevo le parole in gola e sapevo, che se avessi aperto bocca le avrei urlate con rabbia, allora le trattenevo facendo lunghi respiri, fino a quel TI RENDI CONTO DI COSA HAI FATTO ALMENO? Come al solito stai facendo una tragedia per niente.
Quel mio scendere dall’auto e sapere che non mi avrebbe seguita, mentre lo speravo con tutte le mie forze. Niente. Era un segno, mi stava lasciando andare. Quella notte ho capito quello che lui mi avrebbe confessato mesi dopo. Quella notte ho capito che le promesse sono parole, e a me non bastavano. Quella notte credevo non mi sarei più fidata completamente di un amore. Sbagliavo.
I tragitti silenziosi su Sissy, quelle curve, il cuore in gola, gli occhi gonfi, la Tesora che vorrebbe, ma sa perfettamente cosa ho dentro. Le risate mentre incrociamo le dita che ci possa riportare a casa, e ogni volta al richiamo lei rispondeva PRESENTE! Le gite per la capitale by night, tutte quelle luci ad ipnotizzarmi, e le storie della sua vita mentre l’ascolto con gli occhi grandi di chi non vuole perdersi neanche una parola. Lei, con noi, era la protagonista. Non l’ho vissuta per molto, ma quei suoi occhini grandi hanno lasciato il segno
Le chiacchiere e le cantate nella Y10 viola di Lele non si contano! C’è tutta la mia vita nei ritorni a casa con Lei. I teatrini che si sprecano, sentirla sbellicarsi senza ritegno di fronte ai miei racconti, le prese in giro senza tempo, i MARI FAMMI LE COCCOLE per non parlare dei Mi devi 70 euro per la consulenza MA QUESTE ORE POTRAI SCALARLE DALLA TERAPIA NECESSARIA PER DIVENTARE PSICOLOGA Lele io non diventerò mai psicologa quindi queste sono ore a babbo morto! Cantare con lei è un’altra cosa poi. Non abbiamo bisogno di decidere chi farla seconda voce, o quando fermarci per riprendere. In fin dei conti siamo una macchina ben oliata, persino nel perdere la rotta c’è metodo. Mai insieme, che lì potrebbero essere guai, una per volta, così l’altra può permettersi di sbandare, a tenere il volante c’è la fiducia e l’affetto.
E guai a chi ci sveglia..

Vedo il contatore dei commenti e mi dico che devo cambiare post, eppure oggi proprio non è giornata.
Mica sono una scrittrice che dal tappo della mia bottiglietta d’acqua vi tiro su un poema! Per sapere parlare di niente in modo da non rischiare di prendere pomodori in faccia ci vuole una certa arte. Io posso dire di aver incontrato almeno un paio di elementi sul mio cammino che sono dei veri Guru in materia, ma ahimè il talento non basta leggerlo per assimilarlo (nonostante queste prime 6 righe potrebbero smentirmi).
Ebbene sì mi sono svegliata ed ero contenta, ho passato la mattina ad ascoltare musica, dalla più leggera a quella più impegnata, poi non so cosa è successo. Semplicemente mi è cambiato l’umore.
Sarà perchè c’è chi si ammala e non si degna neanche di telefonare per dire che non verrà, sarà perché il poco lavoro fa si che mi possa annoiare di più e possa notare con maggiore precisione tutto ciò che non è stato fatto da chi di dovere e mi tocca smazzarmelo, o sarà perché la gente al mattino non aziona il cervello, fa le cose ad minchiam e io mi ritrovo con lo stipendio che slitta di qualche giorno. Che sarà mai qualche giorno Mari? Beh calcolando l’assicurazione che devo pagare, altre piccole spesucce NECESSARIE, e il fatto che ne mammmmà ne altri mi riempiono il portafoglio di 50 Euro, direi che qualche giorno a me FA LA DIFFERENZA. Ecco.
Sì direi che tutto questo potrebbe bastare invece… Invece mi sa che c’è anche dell’altro.
E che altro, non ho voglia di scriverlo.
Chiedo scusa se non sarò particolarmente arguta oggi, ma la mia perspicacia l’ho lasciata nel frigo affianco ai latticini che mi mancano da morire (ah ecco forse è anche la dieta), così magari lei un po’ ne usufruisce.
D’altronde conoscendomi tra un’oretta mi passa tutto e canto felice nei prati, come Georgie…Ho appena ricevuto l’ultimo libro di Isabel e già so che interromperò quello che sto leggendo per divorarlo. Poi mi pentirò di non aver centellinato le pagine, e ne sentirò la mancanza, immediatamente.
Sto pensando ad un’adeguata colonna sonora per tutta questa confusione..ah sì eccola…
Io e lele che cantiamo Please don’t stop the music (no, inutile che cerchiate su you tube non c’è nessun video del balletto sexy davanti alle docce, mi spiace)!

Proprio l’altra sera qualcuno che Lasalunga mi faceva notare che sto invecchiando.
Insomma puntava l’attenzione sul fatto che non ho più il fisico per fare certe cose. Tzè, ho fatto parlare occhi che brillano al mio posto, ed è finito, come sempre, tutto a tarallucci e vino.
Mi sono ritrovata a dargli ragione stamattina, quando una mail dalla fredda Albione mi ha fatto salire un groppo in gola mica da ridere. Ero così felice di leggere quell’indirizzo che ci mancava davvero poco.
Quando poi ho provato ad alzarmi dalla sedia, e i dolori muscolari si sono propagati in tempo zero ovunque, un sorriso beffardo è comparso sul mio viso.
Però se penso a cosa riusciamo a combinare in quello spogliatoio non sento più nessun dolore.
Fare lezione senza di loro sarebbe diverso, sarebbe a tinte spente. Senza quegli sguardi, quei sorrisi trattenuti per non farsi sgamare dalla FAVOLOSA, quel ripassare in un angolo, quel ballare insieme, cercandosi sempre, per trovare un punto di riferimento.
Immagino l’effetto che faccia da fuori vederci riunite a capannella prima che inizi la lezione.
Come dice Lele “La reunited Faine apre la sua sessione anche stasera”, e nessuno potrebbe pensare che in realtà non facciamo altro che parlare di noi, del progetto lavorativo di una, del viaggio in Viet nam dell’altra, della partenza forse sì forse no per Seul di un’altra ancora, le battute mie e di Lele che siamo un po’ come delle zie. Zie sa di vecchio mi è stato detto.
Eppure io pagherei per sentirmi chiamare così dal mio piccolo.
I miei genitori sono tornati con nuove foto, nuovi filmini in cui non posso credere a quanto sia cresciuto. I primi giorni era titubante nei loro confronti, e li ha visti ad agosto.
Già. Non mi vede da quasi un anno. Per lui sono un’estranea. Panico. Mi è venuto il panico solo al pensiero. Ricordo il suo addormentarsi in braccio a me, il suo modo di buttarmi le braccia al collo, quella risata contagiosa e le sue guance rosse. Lo ricordo gattonare e devo dare ragione all’evidenza, sta camminando adesso in quel video. Un’estranea. Più crescono più si affezionano a chi gli sta vicino. Ecco che torna l’affanno, come quando vorresti che le tue gambe facessero quel maledetto passo più veloce e il corpo non ti risponde, e tu lo provi ancora e ancora e ancora, ma niente da fare.
Provo a non pensarci eppure il pensiero va sempre lì, mi do dell’infantile solo per averci pensato eppure, quella nota è lì che suona in testa e non mi lascia.
All’improvviso ecco che tutto mi sembra più chiaro. Ogni rapporto ha la sua musica, ha il suo ballo da provare. E’ una questione di equilibri, di sentimenti, di stabilire un contatto in qualsiasi modo. Pensi di non essere in grado di ballarlo, dici di essere proprio negato. Bugia. Nessuno lo è. Dal momento in cui quella musica ti chiama, il tuo corpo non può che rispondere, e ti sembrerà di non aver mai fatto altro che ballare.
A Capodanno ad un certo punto ho mollato l’allegra combriccola per mettermi a giocare con bambine che non mi avevano mai visto. Alla tv trasmettevano Pippi Calzelunghe, da allora la bimba mi chiama Pippi. Ancora ieri ha detto ad un amico in comune di dare un bacio a Pippi.
Allora mi dico, sono riuscita a trovare qualcosa da ballare con lei, non ci riuscirò chi ha in sé un po’ del mio sangue? Non riuscirò a trovare il modo di fare breccia nel cuore di chi il cuore me lo fa battere forte? No non ci posso credere. Non c’è musica che non possa provare a ballare. Che ci riesca bene o no è un altro discorso.
E il nodo si allenta, il respiro riprende, se chiudo gli occhi riesco a vedere l’immagine di quel ballo, è tutto quello che volevo.
Il resto è vita, e mi vedrà pronta anche questa volta.

Avete notato come sia più facile gridare che si sta male, piuttosto che andare in giro a testa alta dicendo che si è sereni (mi piace più che felici)?
C’è questo senso di colpa latente, nei confronti del mondo che è difficile scrollarsi di dosso.
Poverini loro attraversano un brutto periodo forse è meglio che non lo dica, mentre in realtà lo star bene degli altri dovrebbe spronare, non abbattere, ne provocare invidia. Non so, forse perché ho sempre cercato di farmi inondare dall’energia positiva delle persone, trovo assurdo il contrario.
C’è questo senso di vergogna e superstizione nel dire STO BENE, come se dicendolo ad alta voce la sfiga ci senta e arrivi in un attimo.
Il 2007 è stato un anno importante per me. Un anno in cui ho dovuto ricostruirmi. Ho dovuto cercare i mille pezzettini di me sparsi ovunque, e con la dovuta pazienza (che a me manca come l’acqua nel deserto), provare a rimetterli al proprio posto.
Ho toccato il fondo in questo 2007. Un fondo che non pensavo potesse essere così buio, ne tanto meno così profondo, ma ho avuto il coraggio di chiedere aiuto, e sono stata fortunata nel trovare, tutto quello che avrei voluto diventare dall’altra parte.
Un rapporto quasi “alla pari” il nostro, in cui mi sono state dette cose che in realtà ho sempre saputo, e altre che mai avrei potuto immaginare, ma che in realtà sono vere. In cui è uscita fuori la mia prerogativa di proteggere gli altri anche a mio discapito, e la mia sindrome da crocerossina che a volte è solo maschera di autocompiacimento (difficile da mandar giù, ma vero). Ci sono state volte in cui sono uscita da quello studio così sconvolta che non riuscivo neanche a piangere. Altre volte in cui arrivata ad afro non riuscivo a fare lezione per mancanza di fiato, il diaframma era completamente bloccato. Volte in cui Lele mi chiedeva Com’è andata? e la mia risposta era sempre la stessa NON ME LO CHIEDERE LELE. Ma quegli occhi azzurri e vispi mi ispiravano fiducia, quella donna dalla voce decisa, mi diceva che era tutta una questione di prospettiva, continuavo a vedere le cose solo da una parte, mentre di lati quella “scatola” ne aveva molti di più. Già.
E non so quando è successo che le bolle hanno cominciato a diminuire fino a sparire del tutto; non so quando ho cominciato a sorridere di nuovo spontaneamente e non per non far preoccupare gli altri. Non so quando ho cominciato a non specchiarmi più tutte le sere prima di mettermi il pigiama per fare il resoconto di tutto ciò che non sopportavo in me. Non so quando il peso sullo stomaco è diventato più leggero, presentandosi solo ogni tanto, invece che essere presenza costante. Non lo so, ma è successo.
E sarei ingiusta se dessi tutto il merito a Giardu. Molto prima di lei, ad aspettarmi mentre cadevo dal grattacielo c’erano due persone meravigliose che ognuna a modo suo ha raccattato i pezzi e li ha conservati sapendo che mi sarebbero serviti tutti.
E il mio essere forte non c’entra nulla. Vi dico che ci sono eventi che ti sconvolgono la vita, che sai che ti sarà impossibile tenere sotto controllo, ma sono così attrattivi che ti ci butti a capofitto lo stesso. Al diavolo tutto, poi ci penserò alle conseguenze, poi penserò a tutto, adesso penso a quanto mi sento viva. E così è stato, senza pentimenti, con la testa alta. Ho vissuto fino in fondo, e il dopo è arrivato. Tutto insieme, come una valanga, troppo grande per me. Eppure mai, neanche per un momento mi sono sentita sola. E solo grazie a loro. Il mio Sole e la mia Venere. Se in quelle notti di pianti, e in quelle giornate di disperazione, ho sempre pensato che ci fosse una via d’uscita era soprattutto per la loro presenza costante. L’Amica di una vita, e l’Amica trovata quando meno me lo sarei aspettata.
Il 2008 si apre con loro due al mio fianco, e allora persino il fatto che questo sia un anno bisestile potrebbe avere un peso differente. Io che se penso agli ultimi due anni bisestili misi accappona la pelle, voglio credere che magari con questo sfaterò qualcosa.
Questo anno panciuto, dall’aria simpatica, mi troverà sempre piena di paure e pippe inutili (cazzarola sono pur sempre Mari), ma con la consapevolezza che sono in grado di affrontarle in qualche modo. Mi trova piena di contraddizioni come al solito, ma anche piena di energia per intraprendere strade a me sconosciute.
Mi presento con persone che mi vogliono bene per quello che sono e di cui vado fiera per quello che hanno nel cuore.
Mi trova con una rinnovata certezza nel cuore, ma questa la troveranno anche i suoi fratelli che verranno in seguito. This is my forever…Waiting for your eyes…

Raccontare Budapest non è semplice, come non lo è provare a fare un resoconto di questi giorni. Spero non vi aspettiate una descrizione dettagliata con nomi di palazzi, vie e monumenti visti, perché rimarreste delusi. Ogni volta che torno da un viaggio mi rendo conto che posso descrivere solo le sensazioni che i posti mi lasciano.
Per la prima volta in vita mia capito in un posto dove non capisco un’emerita cippa di quello che dicono. Io e la mia netta propensione alle lingue abbiamo dovuto ammettere che se non avessimo trovato qualche anima pia che parlava inglese avremmo avuto serissimi problemi anche solo per spiegare il tipo di biglietto della metro!
Vorrei fare una precisazione immediata: Budapest mi piace. Mi piacciono le sue contraddizioni, mi piace quel suo modo di vestirsi per la festa appena si fa buio (cioè intorno alle 16), quel suo modo di dire “ehi sei venuto in inverno che vuoi? Riprova in primavera e ti faccio vedere io”, e infatti credo che non sarà l’ultima volta che ci vedremo.
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Quando raccontiamo che non sappiamo dove siano andati a finire gli ungheresi, i nostri contatti italiani si stupiscono, eppure la città sembra invasa da turisti e nient’altro.
Guardiamo i palazzi mentre girovaghiamo curiosi, e la maggior parte delle case hanno le luci spente, sia al mattino che alla sera, ricordo una Parigi che mi aveva ipnotizzato proprio per il contrario (per non parlare delle finestre senza tende..).
Budapest è cibo che non capisci mai in che modo lo cucinano, è la panna acida che vendono in quantità industriale (e ancora nessuno mi ha detto perché la chiamano acida, se poi mi sottolineano MA NO NON E’ ACIDA DAVVERO), è il gulasch che mi è decisamente piaciuto, è una salsiccia di un colore improponibile e un sapore ancora peggiore, per poi decidere di non voler scoprire cos’era, è un ristorante in cui ci vuole solo più che ti prendano a botte quando scoprono che mangerai il meno fisso invece che ordinare alla carta.
Budapest è il freddo che ti taglia la faccia, è mettersi 3 maglioni, le calze delle nonna con sopra dei calzettoni da far invidia ad uno sciatore, cappellino, sciarpa e guanti, e via per la collina di Buda che è tutta da scoprire, tutta da fotografare.
Budapest è tentare di non cadere ad ogni passo, perché il mio Amico smemorello, ha dimenticato le scarpe adatte che mi aveva promesso ed ho girato per la città con delle scarpe da ginnastica evolute, ma pur sempre scarpe da ginnastica. E ancora non ho capito perché mi slittava solo il piede destro.
Budapest è la neve che non si ferma un attimo.
Budapest è tutti quei ponti (8 per la precisione), che ti permettono di andare da Buda a Pest attraversando il Danubio che mi lascia sempre addosso quella malinconia dei 18anni e di una Vienna nel cuore. Ma è meglio non parlare troppo forte di quest’ultima, si ha l’impressione che sia tollerata ma per nulla amata.
Budapest per certi versi è incomprensibile. Non è minimamente tollerante per l’alcool alla guida. Non hanno una soglia di alcool consentito, se bevi non guidi. Punto. Se giri a sinistra in una strada in cui non è consentito (e sono poche le strade in cui lo è) ti fanno passare la voglia di guidare. Eppure nel bel mezzo della folla sparano razzi e fuochi d’artificio da far impallidire certe nostre città, chi se ne frega della gente e chi se ne frega dei tendoni, delle macchine, quando è ora di festeggiare si fa e basta.
Budapest è essere un gruppo di pazzi che ha un capogruppo assolutamente impareggiabile. In meno di un’ora aveva già le chiavi della città in mano, si destreggiava come se fosse nato lì, ed era talmente preciso come guida che un paio di volte ho visto altri italiani avvicinarsi ed ascoltare.
Budapest è la pasticceria più antica della città Gerbaud. I suoi saloni imperiali, la signorina che ci ha preso in simpatia, quella torta con mille chili di cioccolato che se ci penso ancora sento sul palato.
Budapest è la metro più vecchia d’Europa, e si vede. Vagoni oggettivamente che se non hanno 50 anni poco ci manca, ma di un’efficienza clamorosa, peccato chiuda troppo presto.
Budapest è la sinagoga più grande d’Europa e seconda al mondo, è capire il perché questo popolo ha una tristezza di fondo, è dover fare i conti con un passato che nessuno può restituirgli, è lo stomaco che si aggroviglia di fronte alla guida che ti spiega con assoluta naturalezza il motivo di quei sassi nel giardino, il loro significato, è il mio sentirmi sempre troppo piccola di fronte a certe cose.
Budapest è il teatrino che si fa tutte le volte che si sale sulla linea gialla e c’è quella musichetta prima che si chiudano le porte. Ed è un vagone intero di persone che guardano e sorridono. Ebbene sì sorridono anche loro, e a noi che si rida CON noi o DI noi poco ci importa davvero, è il risultato quello che conta.
Budapest è festeggiare il primo giorno dell’anno sul pullman 907, correre per le strade suonando una trombetta, rendersi conto che per loro invece è come se fosse carnevale con parrucche e maschere varie. E’ricevere messaggi che scaldano molto più dell’alcool che intorno vendono a litri, è vedere finalmente gli ungheresi uscire fuori come funghi.
Budapest è la Basilica di Santo Stefano che lascia senza fiato, il parco Varosliget immenso, la piazza degli Eroi surreale coperta di neve, il Castello Reale, la collina di Gellert con i suoi bagni termali che ci siamo concessi l’1 pomeriggio, la cittadella e la chiesa nella grotta che non abbiamo potuto visitare perché arrivati troppo tardi, il Bastione dei pescatori sulla collina di Buda, con la sua vista meravigliosa sulla città intera, la fortezza di Buda, il Parlamento che ci è rimasto un po’ sul gozzo per non averlo visto all’interno, Vaci Utca, la via dello shopping assolutamente poco ungherese, ma ci sta anche questo.
Budapest vuole essere come le altre grandi capitali e il sa di non esserlo affatto. Sarà la sua aria malinconica di fondo, sarà perché è sempre vissuta all’ombra della sorella ricca Vienna, ma con il potenziale che ha sembra quasi che dica “però non mi guardare così che mi vergogno”, sa di essere bella, si sente a pelle, ma non è sfacciata, questo no.
Budapest sono gli occhi di Ale che mi dicono molto, è il parlare all’unisono con Cri che gli altri ci credono solo perché sono presenti altrimenti sarebbe a dir poco surreale, è la Tata con il suo essere bella, disponibile e spigolosa allo stesso tempo, è il Capogruppo serio e fancazzista proprio come serve a noi, è quel braccio che non mi fa cadere, che è lì, e mi piace sorprendermene ogni volta.
La rivedrò, ma sarà primavera, perché sono curiosa di vederli tutti quegli alberi fioriti, sono curiosa di vedere il cielo limpido e il Danubio diventare Blu.
E’ stato un arrivederci, gliel’ho detto, e mi ha strizzato l’occhio, sa di essere bella, eccome.
